shottings

Gli spazi fisici della Galleria Overfoto, insieme a quelli virtuali di Second Life, accolgono la mostra dal titolo Shooting Pixels, collettiva fotografica di Marco Cadioli, Antonello Segretario e Marco Zagaria, dedicata ai luoghi - tutt’altro che materici, ma altrettanto “reali”- del cyberspazio, e ai suoi abitanti. La galleria è stata riprodotta in 3D nel metaverso virtuale di Second Life, dove si svolgerà un'inaugurazione in contemporanea a quella del mondo reale e dove sarà possibile recarsi con il proprio avatar e visitare la mostra fino al 16 febbraio. Se è vero che il web è una realtà alternativa, spazio vitale in continuo divenire e nel quale passiamo sempre più tempo – e il fenomeno Second Life ne è la conferma più evidente-, allora la fotografia nel web assume lo stesso valore di impronta diretta e testimonianza di qualcosa che “è stato” così come nella fotografia tradizionale. E proprio il paesaggio costituisce il filo rosso che lega i lavori dei tre artisti: paesaggio in senso stretto, per l’installazione di Antonello Segretario- veduta a parete intera di una verdeggiante “isola” di Second Life con tanto di espansione all’esterno di prato vero-, ma pure quello “umano” per i due ritratti iperrealisti di Marco Zagaria, o entrambe le cose nel caso dei paesaggi disabitati in bianco e nero, che si alternano a immagini di reportage dal fronte delle guerre virtuali e a ritratti di avatars, per gli scatti di Marco Cadioli. Tutto comunque non senza espliciti rimandi alla “realtà reale”, in un gioco dialettico di dentro e “dentro-altro” che trova naturale soluzione nell’esposizione in contemporanea negli ambienti tangibili della Galleria e in quelli simulati di Second Life. Vito Campanelli

 

MITICI

Installazione permanente di Marco Zagaria nella Villa Campolieto di Ercolano

Quest’opera fa parte di una più ampia riflessione critica che l’artista sta conducendo sui miti contemporanei, una ulteriore tappa che prende spunto dalla sua precedente installazione dal titolo “L’espulso” realizzata nella storica Porta degli Angeli di Ferrara, dove mise in scena la celebrazione del mito del calciatore. Oggi, sulla facciata della settecentesca villa Campolieto, nel ritaglio di due grandi finestroni posti ai lati dell’ingresso monumentale, troviamo le immagini - un po’ eccentriche e sui generis - di un calciatore e di una velina. Lui ha un viso orientale, preso in prestito da una maschera di carnevale, tutto agghindato con fiori, nastri e spilloni colorati. Indossa un completo da calcio bianco con lo sponsor censurato dall’immagine del suo stesso volto, un alter ego in cui naso e bocca sono celati da una corazza di metallo; chiudono il completino un paio di scarpini chiodati tutti d’oro e senza logo. Lei, invece, ha un faccino languido e porta in capo una cuffietta da olandesina non proprio alla moda, così come le calze pesanti di lana e le scarpe. Indossa una maglietta bianca impressa dal suo “volto” e una culotte “sexy” a strisce bianco azzurre. Tutti e due sorridono accennando con la mano un ambiguo invito ad entrare; è un invito a riflettere sul significato del mito nella nostra realtà, è un confronto con quelli del passato. Queste due figure ci introducono infatti in un edificio storico traboccante di immagini mitiche: da Appollo a Diana cacciatrice, da Mercurio a Minerva - per citare solo alcune delle raffigurazioni che Jacopo Cestaro affrescò nelle volte dei saloni - fino alle Lamie, figure che apparivano nei trivi cercando giovani per berne il sangue. Queste, va precisato, non sono solo immagini ma racchiudono in se il tentativo di dare significato all'esistenza, ai desideri e alle paure dell'uomo. Ogni epoca storica cerca questo significato e lo fa attraverso i suoi valori specifici, così oggi anche noi produciamo miti, li fabbrichiamo in scala industriale. Ora però, nel mondo della comunicazione di massa gli eroi che si impegnano per una nobile causa sono stati soppiantati dagli “eroi del tempo libero”, dagli eroi dello svago e di tutto ciò che si vorrebbe essere. Il calciatore, la velina, che sia Maradona o la Canalis, incarnano il desiderio di riuscire a sfondare a tutti i costi; Sono ancora miti perchè estremamente ambigui e imprevedibili, riescono a stupirci ma anche a inorridirci. Sono piccoli miti perché li consumiamo in fretta, perché dal punto di vista economico, della pubblicità, c’è bisogno di creare miti opportunistici, veloci, a cui ci si possa attaccare a seconda delle urgenze. Viene allora spontaneo chiedersi come si possa, oggi, rinvigorire il mito e chi sia in grado di farlo. E’ un dato il fatto che da sempre questo compito è spettato agli artisti, sono loro che lo hanno continuamente, instancabilmente rielaborato, riplasmato aggiungendo varianti e mettendolo in scena per far rivivere il suo senso profondo. Ed è così che queste due figure si ribellano e si prendono gioco delle regole e delle consuetudini, delle mode e dei preconcetti. Attraverso l’ironia e ad un gesto metamorfico ci invitano a praticare la vita, ad “aprire la propria vita immaginativa alla bellezza e allo stupore verso le cose”. Qui si celebra coloro che liberatisi dai lacci del conformismo e dagli obblighi comunicazionali possono finalmente dare un senso nuovo, profondo e critico al loro ruolo di mitici eroi contemporanei.

 

 

 

 

 

 

LESSICO ARTISTICO
di Leonardo Punginelli
     

A posteriori, il percorso espositivo che ha attraversato nel 2004 la Porta degli Angeli rivela una trama intessuta intorno ad alcuni motivi ricorrenti, un’architettura organizzata a partire da similari metodologie concettuali e operati ve, pur nella singolarità dei diversi approcci e punti di vista degl i arti sti che sono stati invitati a realizzare opere d’arte site specific, in stretta correlazione (monumentale, storica, culturale) con il contenitore rinascimentale che veniva ad essere abitato a cadenze fisse. È un esito questo abbastanza sorprendente, perchè non programmato, non prefissato nel momento in cui è stato impostato e definito il calendario annuale delle mostre — anzi della “mostra lunga un anno” — e che probabilmente testimonia il progressivo affinarsi della relazione, dell’empatia fra gli artisti e il luogo espositivo. L’intervento artistico, anno dopo anno, diviene sempre più un “discorso” articolato, con codici e statuti esplicitamente meditati ed esibiti , lontano dall’intervento episodico basato sulla suggestione, l’impressione, lo scontro e l’innamoramento. La trama dell’anno appena trascorso alla Porta degli Angeli può allora essere svelata a partire da alcune parole-chiave che sono insistentemente ricorse nelle mostre di Marco Zagaria, Andrea Forlani, Passaporta e Betta Mazzotti
Viaggio
L’idea del viaggio, la suggestione della “porta” come luogo di transito, di un fluire da e verso l’esterno, hanno attraversato le diverse proposte artistiche che hanno connotato la Porta degli Angeli nel 2004. Il viaggio dell’ultimo Duca della casata
degli Este che deve abbandonare, proprio attraverso la Porta degli Angeli, la città di Ferrara nel momento in cui essa viene devoluta al Papato (Marco Zagaria). Il “giro del mondo in 80 secondi” di Andrea Forlani, un processo concettuale e al tempo stesso operativo per rendere conto della labilità e della soggettività che caratterizza ognuno di noi quando è chiamato a descrivere il mondo in cui viviamo. Il missile del gruppo artistico Passaporta, che rimanda ad un viaggio fisico e al tempo stesso metaforico, in una forte tensione fra il dinamismo della macchina che vuole lanciarsi verso lo spazio e la “fissità”, la “pesantezza” del contenitore monumentale. Infine, le icone “neo-pop’ di Betta Mazzotti, fra le quali la serie dedicata alla Harley Davidson, a suggerire l’idea del viaggio come tragitto culturale, che incorpora e rielabora nel presente le tracce della cultura del passato. Sono viaggi dislocati su molteplici piani: storico, geografico, culturale, politico, fisico, dell’immaginario, ecc.. Sono, soprattutto, viaggi che strutturano, nel loro insieme articolato, un’idea del ‘contenitore espositivo” come luogo che si espande, esplode, accoglie e moltiplica in se stesso i lasciti del passato e i temi forti della contemporaneità.

Reinterpretazione
È forse questa la parola più importante per quel che riguarda l’idea di fondo che sottende al progetto espositivo della Porta degli Angeli. Un luogo così carico di significati fisici e mentali (l’imponenza dei volumi e la singolarità degli spazi, la suggestione storica, i significati politici che dal passato sono traghettati nel presente) non può essere ricevuto acriticamente e con rispetto reverenziale dall’artista. Occorre costruire un discorso che lo traduca in termini nuovi, che lo reinterpreti per l’appunto, individuando nuovi usi, funzioni, storie. Allora avremo nuovi contenitori, nuovi vissuti, nuove destinazioni: il luogo popolato dalle tracce del culto verso uno dei soggetti centrali dell ‘odierna “società del divismo”, vale a dire il calciatore, in Marco Zagaria; un regesto delle mappe dei mondi possibili, o meglio “impossibili”, in Andrea Forlani; una sorta di “stazione di transito”, verso l’orizzonte e verso il cielo, nel progetto del gruppo artistico Passaporta; un museo delle icone dell’immaginario popolare contemporaneo nelle opere di Betta Mazzotti.
Storia e Geografia
Sono termini che devono essere considerati nella loro più squisita accezione sociale
e politica, interlocutori muti e pregnanti delle diverse opere che hanno connotato lo spazio nell ‘anno 2004. Intorno ad essi si aggrovigliano alcuni dei nodi più inquietanti dell ‘agire politico e artistico nell’epoca contemporanea: il reiterarsi dei meccanismi di inclusione od esclusione sociale in base all’appartenenza o meno ad una comunità prefissata; l’impossibile definizione, lo slittamento dell’identità geografica, storica, sociale; la dinamica del”controllo” a regolare le appartenenze e le esclusioni dai diversi gruppi etnici e sociali.
Ironia
A dispetto di un luogo comune ormai estremamente consolidato, l’arte contemporanea è molto spesso ironica, e questa sembra essere la cifra stilistica che ha connotato i diversi progetti degli artisti invitati. È un’ironia che reinterpreta e riattualizza la dimensione storica nell‘intervento di Marco Zagaria, giocando sul rapporto fra l’uso “alto” del contenitore Porta degli Angeli in epoca rinascimentale (soglia per l’uscita dalla città del corteo ducale) e la sua ipotetica destinazione per così dire “degradata” in epoca moderna (luogo di celebrazione della figura di culto del calciatore). È un’ironia ludica, che smitizza le sicurezze percettive, in Andrea Forlani, quando squaderna davanti ai nostri occhi le carenze cognitive sull’assetto del mondo in cui viviamo. È un’ironia venata di pessimismo nei lavori di Passaporta, una denuncia amara dei meccanismi di controllo e di identificazione sociale. È, infine, un’ironia giocosa nei quadri di Betta Mazzotti, grazie alla reinterpretazione in chiave popolare delle icone dellimmaginario contemporaneo occidentale.
Pittura
L’utilizzo del linguaggio pittorico che ha contraddistinto l’approccio di tre artisti su quattro — solo il gruppo Passaporta ha optato per un intervento in ambito installativo — rappresenta forse la sorpresa maggiore della programmazione 2004. Apparentemente la Porta degli Angeli è uno spazio ostile ai linguaggi bidimensionali dell ‘arte contemporanea.
La sfida, tuttavia, è stata vinta perchè tutti gli artisti invitati hanno utilizzato la pittura come un “vettore leggero” per veicolare il proprio immaginario, per tradurre concetti, simbologie, tematiche in scenari allo stesso tempo articolati e di immediata percezione.
Fraintendimento
La reinterpretazione porta quasi necessariamente al fraintendimento. I due termini, uniti in modo indissolubile, rappresentano le coordinate progettuali della Porta degli Angeli, un contenitore vivo e vitale solo nella misura in cui attiva relazioni, intrecci, scambi, visioni e re-visioni, riattualizzazioni e tradimenti dei significati originari.
Questa, d’altra parte, è una delle direttrici fondamentali dell’arte contemporanea.

comunicato stampa
Porta degli Angeli
Viavai Pontespositivo
L'espulso di Marco Zagaria

Mercoledì 17 Marzo alle ore 17,30 sarà inaugurata alla Porta degli Angeli, in Rampari di Belfiore 1, la mostra del giovane artista Marco Zagaria, primo appuntamento nell'ambito del ciclo annuale Viavai. Pontespositivo. L'artista presenta un lavoro pensato e costruito appositamente per lo spazio espositivo di Ferrara. Partendo dalla vicenda storica della cacciata di Cesare d'Este, ultimo Duca della città, attraverso la Porta degli Angeli, Marco Zagaria immagina l'espulso, un calciatore sui generis, dal viso orientale, preso in prestito da una maschera di Carnevale, tutta agghindata con fiori, nastri e spilloni colorati. Il personaggio appare su un fondo chiarissimo, indossando un completo da calcio bianco il cui sponsor è censurato dall'immagine del suo stesso volto, un alter ego in cui il naso e la bocca sono celati da una corazza di metallo. A definire il completo, un paio di scarpini chiodati tutti d'oro, senza logo, che evidenziano ancor di più la sua estraneità al mondo del consumo mediatico cui lo sport è assoggettato. Sono proprio le fattezze e i gesti di questo calciatore che invitano lo spettatore a riflettere sul significato del mito nella nostra realtà contemporanea. Costui è un atleta che si ribella alle regole attraverso un gesto metamorfico per riportarci ai valori fondanti della nostra cultura logorroicamente monopolizzata da vincoli commerciali e obblighi comunicazionali. La mostra si sviluppa, nella prima sala, con un'immagine alta tre metri in cui l'eroe ci invita ad attraversare la porta murata della città liberandoci dagli stereotipi  visivi dei media. Lentamente, attraverso una passerella sopraelevata ci si introduce in uno spazio verticale, la seconda sala,  dove si celebra il mito dell'espulso, di colui che liberatosi dai lacci del conformismo può finalmente dare senso e significato al suo ruolo di idolo delle folle. Si presenta così, ritto in piedi, a tre metri da terra, con il volto serio come se ascoltasse l'inno nazionale, ed è affiancato da due teste di “guardiani” inserite nelle nicchie della sala a proteggere la sacralità del luogo e dell'evento; in basso in sostituzione del pavimento, un parterre verde, dove è deposto il completo da calcio. Le tre immagini creano un legame atemporale con lo spazio architettonico che amplifica le suggestioni della scena; il realismo è accentuato attraverso la coerenza tra le ombre proiettate dalle figure sul fondo bianco e l'unico punto di luce naturale della sala. Scrive Massimo Bignardi: «Marco Zagaria insiste sulla magica pratica di rendere presente l'immateriale corpo delle figurazioni mentali. Il giovane artista napoletano opera sulla dualità, vale a dire sulla coscienza e sull'inconscio: azzardando un esempio sembra che il suo lavoro insista sulla metafora picassiana del Minotauro, ove la parte nascosta è già svelata, è presente senza però offrire un suo delineato profilo, lasciando, cioè, margini ulteriori. Il buio non è più, quindi, la materia che costruisce le forme dell'inconscio, il luogo dal quale lasciar liberamente affiorare il magma dell'Io. L'istinto è la curiosità (intesa come naufragio) di muovere nello spazio offerto, dal digitale, all'immaginario. Le sue figure - avverte l'artista - sono “realtà concreta” o, meglio, corpi di una presenza interiore.» Il percorso espositivo si conclude con un ascesa verso il punto più alto della Porta, la terza sala; qui dei lightbox illuminati dalla luce del sole proiettano le immagini di 42 teste “mascherate”. E' solo attraverso i loro occhi, forati, che possiamo avere  un contatto visivo con l'esterno; sono il mezzo che ci permette di osservare la città e il suo paesaggio circostante, che ci consente infine di vedere la realtà fenomenica delle cose. Marco Zagaria è nato nel 1969 a Napoli, dove attualmente vive e lavora. Il suo lavoro artistico parte dalla pratica pittorica per approdare all'uso delle tecniche digitali che insegna all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha preso parte a diverse esposizioni collettive in Italia e all'estero, ultima delle quali XIV Quadriennale Anteprima (2003), Palazzo Reale, Napoli. La mostra, ad ingresso gratuito, rimarrà aperta fino al 25 Aprile, e sarà visitabile dal martedì alla domenica in orario 10,00/13,00 e 15,00/18,00 (chiusura il lunedì e il giorno di Pasqua). Viavai. Pontespositivo è un progetto curato da Angelo Andreotti, con l'organizzazione dell'Assessorato alle Politiche Culturali (Ufficio Giovani Artisti) del Comune di Ferrara, in collaborazione con le Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea e l'Assessorato alle Politiche per i Giovani del Comune di Ferrara e l'Assessorato al Progetto Giovani della Regione Emilia-Romagna. Le mostre dell'anno 2003 hanno visto una presenza di circa 13.000 visitatori per quasi 150 giorni di apertura.

Marco Zagaria lavora sull'immagine, interprete, questa, del bisogno (necessità) di andare oltre il “realismo naturale” al quale guardano ancora molte delle esperienze inscritte nell'ambito delle ricerche in area del digitale, in particolare quelle ove maggiormente si accentua l' ”imperio” della fotografia. Infatti, il valore formale di essa è affidato ad un piano narrativo tenacemente legato alle pulsioni della pittura, ai suoi dettati espressivi, alle sue valenze immaginifiche che spostano lo sguardo dalla “configurazione” alla “formulazione”. In pratica Zagaria insiste sulla magica pratica di rendere presente l'immateriale corpo delle figurazioni mentali. Il giovane artista napoletano opera sulla dualità, vale a dire sulla coscienza e sull'inconscio: azzardando un esempio sembra che il suo lavoro insista sulla metafora picassiana del Minotauro, ove la parte nascosta è già svelata, è presente senza, però, offrire un suo delineato profilo, lasciando, cioè, margini ulteriori. Il buio non è più, quindi, la materia che costruisce le forme dell'inconscio, il luogo dal quale lasciar liberamente affiorare il magma dell'Io.  L'istinto è la curiosità (intesa come naufragio) di muovere nello spazio offerto, dal digitale, all'immaginario. Le sue figure - avverte l'artista - sono “realtà concreta” o, meglio, corpi di una presenza interiore. Massimo Bignardi
A tutt'altro orizzonte guarda Marco Zagaria che lavora, da pittore, nelle pratiche digitali. Partito anni fa dal bisogno (necessità) di andare oltre il "realismo naturale", al quale guardano ancora molte delle esperienze inscritte nell'ambito del digitale, l'artista napoletano è approdato oggi ad una cosciente presa d'atto del ruolo che l'arte può avere come risveglio di una coscienza critica. Con le materie impastate sulla "tavolozza virtuale", desunte da un processo di riduzione del valore corporeo (ottenuto attraverso la sovrapposizione di "fotogrammi" digitalizzati della stessa materia), costruisce oggi, con estremo rispetto della sintassi propria della vera pittura, immagini allertanti che afferma Zagaria «lottano per nonfarsi dissolvere come sogni dalla cruda realtà quotidiana». Sono immagini che segnalano un modo di essere, di una coscienza che non scambia la tecnica (la tecnologia) come espressione, come linguaggio.  Massimo Bignardi
Osservatorio sulla creatività.
Normali Meraviglie. Una mappa di piccole fantasie
Empowerment nuovo cantiere Italia
Un oggetto non è mai solo uno strumento. L'energia che esso esprime è un racconto e un destino che conferisce un'identità letteraria alle silenziose forme delle cose. La mostra esprime questo senso narrativo, questo paradosso, proprio come se ogni oggetto fosse attore di un romanzo assieme ai suoi fruitori. Una via lattea di oggetti grandi e piccoli, un caleidoscopio o un patchwork di elementi per il palcoscenico della vita. Un'indagine sulla sensibilità estetica e psicologica che si sviluppa a livello di massa, esplicita o latente, a lato e indipendentemente dallo svolgimento ufficiale e professionale della creatività istituzionale, nel mondo, nel campo degli oggetti: una mappa di piccole fantasie. In esposizione ci sono quasi 400 piccoli oggetti di uso quotidiano. Ogni oggetto, anche se normale, è un simbolo, un feticcio, un significante, il frutto di utopie, di umori e di amori. L'osservatorio sulla creatività comprende anche l'installazione Lo stato dell'arte, un sito internet che raccoglie idee e proposte a 360°, con interventi video e web in tempo reale e iniziative dedicate alla creatività sommersa a Genova (con la collaborazione del Centro della Creatività del Comune di Genova).
Alessandro Mendini
Marco Zagaria, usa il digitale con passionalità, costruendo l'immagine dell'accusato della stessa “materia” dell'elemento naturale accusante (….) “estrae” i tessuti dell'animale per comporre la sagoma di un distruttore senza volto e senza identità, vistosamente “vestito” di un colletto inamidato falsamente nobile ed elegante, crudelmente argenteo e squamoso. Un procedimento analitico, per sottrazione, in cui la tecnologia non soffoca l'”invenzione” del pensiero proponendo con intelligenza  comunicativa il difficile rapporto dell'uomo con la natura.  Luciana Cataldo
Credo che il desiderio di esprimersi e creare sia un carattere universale, un bisogno che però non può essere soddisfatto solo dalla realtà quotidiana ma compiutamente dall'immaginazione, mediatrice tra i contenuti della coscienza e quelli dell'inconscio. Non mi è chiaro il perché delle mie scelte creative né voglio indagare, l'unica certezza che ho è quella di un immagine persistente di cui afferro il senso prima ancora del significato. Realizzo i soggetti lasciando che i valori inconsci vengano a galla, senza troppi ragionamenti; mi sono accorto che alla fine in questo istinto c'è una maggiore coerenza, un'autenticità dell'opera che si trasforma in benessere per me, un equilibrio terapico e certamente una ragione del mio lavoro.
 

Corpi presenti

La soglia del Ventunesimo secolo è definitivamente varcata; alle nostre spalle pian piano lasciamo l'accomodante "crisi", questione (o accarezzata come tale) che ogni fin de siècle ha prospettato alla cultura ed in generale ai comportamenti sociali. Non ci sono scuse, né rimproveri da accreditare. L'orizzonte è esteso per accogliere nuove prospettive di ricerca, tali da consentirci un tempo "storico", annotava Furet, capace di offrire la possibilità di elaborare ulteriori sensori che andranno a rilevare la tossica "alienazione degli individui rispetto all'economia" e tutto ciò senza, però, obbligare nessuno - in particolare gli storici e i critici - a "recitare la parte di profeti". Questo non significa aver azzerato i conti, né tantomeno autorizza a pensare che non ci siano eredità sulle quali "riflettere" o, meglio ancora, rispetto alle quali porsi in senso dialettico. Voglio dire che abbiamo lasciato - come un corpo presente - alle nostre spalle il Novecento, senza, però, e diversamente non poteva essere, trattenere la nostalgia di quella sua aria sulfurea, disposta a surrogare sollecitazioni immaginative che mettevano in fibrillazione il cuore. Ciò vale in modo specifico per il campo delle arti e più precisamente per l'esteso emisfero della creatività, che nell'ultimo decennio ha registrato velate atmosfere ancora intrise di quei fluidi esistenziali, ereditati (da lontano) dalla cultura romantica. Il serrato confronto con la sfera scientifica e tecnologica ha attivato, quale misura propria del Novecento, ulteriori processi di manipolazione della realtà, suggerendo percorsi all'immaginario, tracciando possibili strade di attraversamento che ci portano a riconsiderare sia il significato (soprattutto inteso quale valore) di una tridimensionalità pittorica, verificata nell'esteso spazio del monitor, legata ad un "tempo" non naturale perché veicolata dalle alte velocità dei processori, sia il valore di un'etica, vale a dire di un comportamento all'interno di processi sociali, ove si fa sempre più avanti il profilo dell'individualismo contemporaneo, cifra di quel narcisismo e edonismo falsamente interpretati come "possesso - scrive Jacqueline Russ - di un'autonomia…conquista della libertà". Corpi presenti si offre come piccola postazione di analisi nel gran mare della creatività contemporanea: essa misura, innanzi tutto, l'oscillazione fra le due polarità poc'anzi accennate, territori creativi nei quali oggi opera Marco Zagaria. Sono due punti, provvisoriamente segnati a matita sulla libera carta del viandante, che segnano, però, le linee di itinerari nell'inquietudine di una generazione, per certi versi sospesa agli ultimi fili di un secolo, amaro e doloroso ma che ha saputo guardarsi, drammaticamente, nello specchio degli eventi. Marco Zagaria lavora sull'immagine, interprete, questa, del bisogno (necessità) di andare oltre il "realismo naturale" al quale guardano ancora molte delle esperienze inscritte nell'ambito delle ricerche in area del digitale, in particolare quelle ove maggiormente si accentua l' "imperio" della fotografia. Infatti, il valore formale di essa è affidato ad un piano narrativo tenacemente legato alle pulsioni della pittura, ai suoi dettati espressivi, alle sue valenze immaginifiche che spostano lo sguardo dalla "configurazione" alla "formulazione". In pratica Zagaria insiste sulla magica pratica di rendere presente l'immateriale corpo delle figurazioni mentali. Il giovane artista napoletano opera sulla dualità, vale a dire sulla coscienza e sull'inconscio: azzardando un esempio sembra che il suo lavoro insista sulla metafora picassiana del Minotauro, ove la parte nascosta è già svelata, è presente senza, però, offrire un suo delineato profilo, lasciando, cioè, margini ulteriori. Il buio non è più, quindi, la materia che costruisce le forme dell'inconscio, il luogo dal quale lasciar liberamente affiorare il magma dell'Io. L'istinto è la curiosità (intesa come naufragio) di muovere nello spazio offerto, dal digitale, all'immaginario. Le sue figure - avverte l'artista - sono "realtà concreta" o, meglio, corpi di una presenza interiore. Massimo Bignardi